Posted: January 16th, 2008 | Author: sback | Filed under: citazioni, informatica, libri, societa` | 1 Comment »
E anche certe citazioni:
“Il semble que la perfection soit atteinte non quand il n’y a plus rien à ajouter, mais quand il n’y a plus rien à retrancher.”
Antoine de Saint-Exupéry, Terre des hommes
[Pare che la perfezione sia raggiunta non quando non c'e` piu` niente da aggiungere, ma quando non c'e` piu` niente da togliere]
Posted: January 11th, 2008 | Author: sback | Filed under: citazioni, io, libri | No Comments »

me resting
“Cum rerum natura delibera: illa dicet tibi et diem fecisse se et noctem”
Seneca, Epistulae morales ad Lucilium (I,3)
[Prendi le tue decisioni insieme con la natura: ti dira` che essa ha fatto il giorno non meno che la notte.]
Posted: December 16th, 2007 | Author: sback | Filed under: citazioni, libri, societa` | 3 Comments »
“Non so cosa faranno nella vita”
“Questa e` un’altra storia! Di sicuro non avranno una vita facile e sara` ancora piu` difficile riuscire a controllarli perche`, come ha detto bene lei, non credono nei valori che hanno ereditato. [...] Perche` quei valori erano in grado di manipolare, erano alienanti. Una gioventu` patriota, che ama i propri genitori e crede in dio, e` una gioventu` perfetta per coloro che sono al potere: obbediente, disciplinata e timorata di dio. [...] Ci hanno sguazzato tanto in questa meravigliosa situazione che ora puo` vedere il risultato: ne` disciplinata, ne` obbediente e nemmeno credente”
“Non c’e` soluzione”
“Non c’e` soluzione antica. Ha fatto il suo tempo ormai. Oggigiorno non c’e` modo di convincerli a stare dietro a una bandiera o una processione. Non esistono piu` i valori, e sa perche`?”
“Sono sicuro che lei me lo dira`”
“Perche` sono morti di morte naturale. Nessuno li ha uccisi. In altre parole, nessuno ha ammazzato dio.”
Antonio Lopez Campillo, Juan Ignacio Ferreras, Corso accelerato di ateismo
Nessuno li ha uccisi. Certi valori muoiono da soli, perche` sono nati per una certa necessita`, perche` il momento storico li ha creati. E non solo i valori, anche le situazioni, le societa`, i moti hanno un periodo di generazione che ne determina spesso anche la causa della morte. Quando una necessita` e` finita, finisce anche quello che da essa e` nato.
Riflettendo sulla situazione economica italiana, forse e` di aiuto sapere come sono nati alcuni aspetti che ci contraddistinguono.
Riassumendo brevemente l’inizio dell’ottimo articolo di Augusto Graziani (”L’economia italiana e il suo inserimento internazionale”, in Storia dell’Italia repubblicana, 1996), l’anno 1969 determina il punto di partenza di nuovi assetti industriali italiano, creando un momento di svolta nelle vicende dell’economia. Viene addirittura usato la locuzione autunno caldo del 1969. Brevemente: i sindacati si rendono conto che non e` sufficiente chiedere un aumento degli stipendi per migliorare il tenore di vita dei dipendenti, perche` l’inflazione puo` facilmente inghiottirlo annullandolo; per questo motivo si domandano dei miglioramenti di carattere normativo (minori ritmi di lavoro, maggiore sicurezza, limitazione del lavoro straordinario).
Queste richieste si trasformano (se capitasse nei nostri giorni aggiungeremmo l’avverbio incredibilmente) in conquiste che portano all’emanazione dello Statuto dei Lavoratori del 1970. E questo cambia tutto e porta alla nascita di alcuni aspetti essenziali della nostra economia, leggiamo come:
“Venne dunque messa in atto una strategia di ristrutturazione complessa che investi` in modo differenziato i diversi settori produttivi.
I settori dell’industria pesante puntarono direttamente sulla modernizzazione tecnologia e sulle meccanizzazione crescente dei processi produttivi. Per questi settori, che richiedono investimenti poderosi, il problema centrale e` quello dell’acquisizione di finanziamenti a basso costo e lunga scadenza. Una delle vie percorse fu quella del ricorso crescente a fondi pubblici, anche attraverso il dislocamento degli impianti nelle regioni del Mezzogiorno, dove sussidi finanziari venivano concessi con generosita` assai maggiore che non altrove. [...] Era inevitabile d’altro canto che investimenti di questa natura non potevano contribuire se non in misura marginale a risolvere il problema della disoccupazione del Sud.
Per i settori dell’industria leggera, ad alta intensita` di lavoro, il problema centrale era quello di ridurre il costo del lavoro che, come abbiamo visto, era stato rapidamente accresciuto non soltanto dagli aumenti salariali, ma anche e ancor di piu` dai miglioramenti normativi ottenuti dai sindacati.
Gli strumenti utilizzati a questo scopo furono quelli del decentramento produttivo e dello sviluppo di una rete di piccole e medie imprese. Il decentramento produttivo venne realizzato dalle grandi imprese mediante il trasferimento fuori dalle mura aziendali di tutti i processi che tecnicamente potevano essere distaccati. [...] Le fasi intermedie [del processo produttivo] vennero invece trasferite a opifici minori, a piccole imprese padronali, o addirittura affidate a lavoranti a domicilio. Vennero` cosi` conseguiti almeno tre risultati principali. In primo luogo, il costo del lavoro venne ridotto: infatti, nelle imprese minori o nel lavoro domiciliare, non vigono limiti rigorosi di orario, la retribuzione puo` essere effettuata a cottimo (sistema che crea un grande incentivo ad accrescere l’intensita` del lavoro, e che proprio per questa ragione incontra l’opposizione dei sindacati di fabbrica), ed e` possibile sfuggire in larga misura all’applicazione delle norme sulla legislazione sociale. In secondo luogo si ottenne una flessibilita` molto maggiore nell’utilizzazione della forza lavoro; una volta collocata la mano d’opera in opifici minori o addirittura a domicilio, fu assai piu` facile servirsene in misura maggiore o minore a seconda della convenenienza del momento, mentre allorche` i lavoratori erano concentrati in fabbrica, ogni riduzione d’organico creava contrasti e sollevava contestazioni da parte sindacale. Inoltre si realizzo` un allentamento della pressione sindacale, in quanto la classe lavoratrice, dispersa e divisa, trovo` assai piu` difficile coalizzarsi in un’azione unitaria.
[...] Si ebbe un fiorire di una molteplicita` di piccole e medie imprese, non di rado autonome rispetto alle imprese maggiori, dotate di tecnologie aggiornate e capaci di crearsi adeguati spazi non soltanto nel mercato nazionale ma anche all’estero.
[...] Questa profonda modificazione strutturale portava con se` trasformazioni parallele nel mercato del lavoro. Le grandi imprese andavano concentrando il reclutamento sui lavoratori appartenenti alle classi centrali di eta`: quelli cioe` che possedendo gia` un’esperienza lavorativa, ma essendo ancora in pieno vigore fisico e intellettivo, promettevano di essere i piu` produttivi. Le imprese minori reclutavano invece nelle frange marginali, le donne, gli anziani, i giovani.”
Mi sono cosi` finalmente spiegato perche` la nostra poltiglia italiana debba cosi` tanto alle piccole e medie imprese e poco alle grandi imprese, che hanno molto di piu` da offrire attualmente.
Nella scelta se andare a lavorare per un grosso nome oppure una piccola realta` regionale, non si hanno troppi dubbi: non sono due esperienze minimamente paragonabili: la prima promette un valore di accrescimento lavorativo maggiore di svariati ordini di grandezza. Inoltre, come gia` nel 1970 per essere assunti da una ditta importante e` necessario essere nel pieno vigore fisico e intellettivo e avere un’ottima esperienza (leggi cv), quindi essere riconosciuti come in possesso di tali caratteristiche non e` facile ed e` gia` da solo piuttosto gratificante.
Forse ci possono essere alcuni vantaggi sociali nel rapporto che si puo` creare tra i dipendenti di una piccola azienda (a dispetto del mondo alienante del grande nome), ma spesso non sono una giustificazione sufficiente a propendere per la scelta di andare a lavorare presso quest’ultima.
Non credo che sia facilmente chiaribile quale delle due realta` possa avere un valore morale superiore: spesso le piccole imprese, come scritto sopra, nascono dalle esigenze economiche delle grandi, delle quali condividono gli obiettivi.

Tree
Pero` questa situazione, non so come, non so quando, morira`. Di morte naturale.
Forse avremmo bisogno di un Hari Seldon, che ci inducesse ad accorciare questo periodo di transizione.
E spero che, magari dopo un periodo di fatica, nasca qualcosa di migliore per noi giovani, che non ci imponga come ora, quasi d’obbligo, di lasciare le nostre radici per trovare qualcosa di gratificante per noi stessi.
Posted: October 7th, 2007 | Author: sback | Filed under: citazioni, film, libri, societa` | 1 Comment »
Dopo che il film di V for Vendetta mi era piaciuto, ho avuto l’occasione (thanks to Piteko) di leggere il fumetto originale da cui il film e` stato tratto.
A parte qualche piccola difficolta` a riconoscere i personaggi nel succedersi del racconto (probabilmente a causa dell’edizione di formato abbastanza ridotto) ho constatato uno spessore decisamente piu` profondo dell’idea che sta alla base del racconto. E` stata una delle poche volte in cui ho pensato che “con questo fumetto ci si poteva scrivere un libro”, per via dello stile e delle tematiche presentate. Ma come mi fa notare giustamente Piteko, non e` un male che esistano dei bei fumetti per adulti (ovviamente lui si riferiva a quelli vietati ai minori.. :p ).
Un piccolo spunto di riflessione:
La felicita` e` una prigione, Evey
La felicita` e` la prigione piu` subdola di tutte [...]
E` questa la felicita` che vale piu` della liberta`?
Per il paragone tra film e opera cartacea vi lascio al commento dell’autore della trama su carta: Alan Moore.

[Il film] e` stato trasformato in un’allegoria dell’era Bush, da persone troppo timide per ambientare una satira politica nella loro nazione… E` una fantasia liberale americana ostacolata, frustrata e largamente impotente di qualcuno con valori liberali americani che si confronta con uno stato governato da neo-conservatori; che non e` cio` che trattava il fumetto di V for Vendetta. Quello trattava di fascismo, trattava di anarchia e trattava dell’Inghilterra.
Per amore di completezza vi lascio il link ad un video in cui Alan Moore viene intervistato circa il suo credo religioso “non convenzionale“.
Posted: February 11th, 2007 | Author: sback | Filed under: informatica, libri, societa` | No Comments »
Qualche tempo fa, nel leggere un libro [veramente non troppo recente -2001] su come “domare” le tecnologie Peer-to-Peer, ho scoperto che Henri Laborit non e` l’unico biologo che conosco che ha spostato i suoi interessi dallo studio sulle cellule allo studio sulla societa`.
Purtroppo non ho piu` il libro a portata [e` ritornato simpaticamente in biblioteca, prima che mi facessero pagare la solita mora... che a me fa tanto bene per tenere la memoria attiva ;)], ma in pratica inseriva nel contesto dello studio del p2p l’articolo di Garrett Hardin, scritto nel 1968.
L’articolo, che sarebbe stato meglio -su ammissione dello stesso autore- se si fosse chiamato “The Tragedy of Unregulated Commons“, sostiene che una risorsa condivisa finita a cui si ha accesso senza alcuna restrizione e` condannata allo sovrasfruttamento.
E qui, evidentemente, subito la connessione con il p2p: risorsa condivisa [la rete p2p specifica], accesso senza alcuna restrizione [p2p anonimi o con pseudonimo non protetto].
Sovrasfruttamento? No. Le reti peer-to-peer sostanzialmente funzionano. Penso a Napster, Gnutella, Freenet[?]. Ma anche i progetti wiki, in cui siamo ancora piu` vicini al modello di Hardin, funzionano alla grande. Penso soprattutto a Wikipedia, e a tutti i wiki che mi salvano quando devo configurare un server linux ;).
Lo studio dell’esimio biologo e` sorpassato e dimostrabilmente falso. Non oserei scrivere un enunciato del genere, penso piuttosto a capire perche` -in questo caso- una risorsa comune ha potuto funzionare cosi` bene.
Non parto da presupposti di “bonta`” o “cattiveria” per natura dell’uomo.
[to be continued...]